1. Distinguo tra una religione in astratto (con l’insieme delle sue credenze, norme, tradizioni e consuetudini) dal modo concreto con cui la religione viene vissuta. Questa seconda realtà è decisiva per ciascuno. I fondamentalisti partono da una religione non vissuta, ma pensata.
2. Conosco non poche persone di religione islamica che sono sinceri cercatori di Dio e che, venendo tra noi, non chiedono che di trovare un po’ di lavoro e di farsi strada a poco a poco nella società, pensando soprattutto alla propria famiglia. Essi vivono quei valori che il Concilio Vaticano II ha riconosciuto all’Islam (Documento Sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane , n.3) come l’adorazione dell’unico Dio, misericordioso e compassionevole, e la sottomissione a Lui.
3. I fondamentalisti (che ci sono un po’ ovunque) esigono un’applicazione stretta della legge coranica nella società civile, non distinguendo la religione dalla società. Essi vorrebbero naturalmente attuare questo anche in Europa.
4. Si chiede dunque all’Occidente di esercitare un discernimento che smascheri gli estremisti e faccia capire che non v’è posto per essi in una società che vuol essere democratica e pluralista. Ciò esige che noi crediamo in questi valori e li viviamo sul serio! Ogni irresponsabilità del nostro mondo occidentale è un favore fatto ai fondamentalisti.
5. In ogni modo va sottolineato che non esiste un solo Islam, ma ci sono in esso varie correnti e obbedienze. Gli estremisti non rappresentano che una voce tra le tante, anche se oggi è la più forte e giustamente può incutere timore. Ed ora qualche risposta alle varie lettere. Non ho letto il Corano per intero, ma solo alcune parti di esso. Tuttavia mi sono informato presso persone competenti, sia in Europa come nei Paesi Arabi. Sarebbe bello ottenere la reciprocità in tutto, che cioè anche in questi Paesi si lasciasse piena libertà religiosa. Bisogna continuare a far presente tale nostra esigenza, ma la mancanza di reciprocità non è una ragione per negare a coloro che vengono da noi i diritti che ammettiamo per tutti. Occorre però che si esiga anche da essi la piena osservanza delle nostre regole e il rispetto per i nostri valori. Dobbiamo credere nella democrazia e agire di conseguenza. È vero che il dialogo con l’Islam non è facile, anche perché, mancando una autorità centrale, non si può sapere chi lo rappresenti adeguatamente. Tuttavia tale dialogo rimane importante, anche a livello religioso. Non è un tradimento di Gesù Cristo, ma una obbedienza alla sua volontà. Perciò i Papi si sono molto impegnati per farlo progredire. Avremo non un inferno in terra, ma certamente molte difficoltà se teniamo gli immigrati islamici in un ghetto, creando così le premesse per esiti violenti.
Nei discorsi con cui hanno accolto il colonnello Gheddafi, i suoi ospiti italiani, dal capo dello Stato al presidente del Consiglio e al presidente del Senato, hanno parlato di amicizia, collaborazione, sviluppo congiunto. Dopo avere ascoltato le sue filippiche contro l’Italia coloniale avrebbero potuto ricordargli che il colonialismo fu molte cose, non tutte e non sempre necessariamente spregevoli. Ma hanno preferito mettere l’accento sul futuro e sugli interessi comuni dei due Paesi in un mondo profondamente cambiato. Hanno fatto bene. Il realismo e l’interesse nazionale giustificano qualche strappo alla verità storica. Peccato che a Gheddafi il passato interessi molto più del futuro. Ne ha dato una nuova dimostrazione ieri, quando ha confezionato un pasticciato elenco di responsabilità occidentali, da Cesare a Bush, e ha detto che il terrorismo può essere in alcune circostanze una legittima difesa contro la dominazione straniera.
Quali circostanze? Vi fu un lungo periodo durante il quale Gheddafi si definì «punto d’appoggio della rivoluzione mondiale» e non smentì, tra l’altro, di avere sostenuto finanziariamente l’Ira (Irish Republican Army) contro un Paese, la Gran Bretagna, «che ha umiliato gli arabi per secoli ». Quando lo storico del colonialismo Angelo Del Boca cercò di comporre una lista delle «lotte di liberazione» in cui il colonnello libico è intervenuto con il suo denaro, ne venne fuori una carta geografica che comprende Mauritania, Rhodesia, Namibia, Isole Canarie, Oman, Angola, Sud Africa, Thailandia, Filippine, Colombia, Salvador, Kurdistan, Nuova Caledonia, Vanuati, Nuove Ebridi. Non basta. I leader di alcuni Paesi arabi lo hanno accusato di avere tramato contro i loro regimi e le loro persone; i leader di alcuni Paesi africani (il Ciad per esempio) di avere attentato alla loro indipendenza. A chi scrive non sono piaciute né l’incursione di Reagan contro Tripoli nell’aprile 1986, né la guerra di George W. Bush contro l’Iraq nel marzo del 2003. Ma nel processo celebrato da Gheddafi contro gli Stati Uniti e l’Occidente, il pubblico ministero è l’uomo che ordinò l’assassinio di alcuni dissidenti libici all’estero, invase il Ciad ed è oggettivamente responsabile dell’attentato contro un aereo della Panamerican nel cielo scozzese di Lockerbie (270 vittime). La giustificazione del terrorismo, in bocca a Gheddafi, risveglia ricordi di un passato che il colonnello dovrebbe cercare di coprire con un velo di pudore.
Nelle parole pronunciate ieri dal leader libico vi è infine anche imprudenza politica. Bush commise molti errori strategici e tattici, ma combatté il fanatismo islamico, vale a dire il movimento che ha maggiormente insidiato negli scorsi anni la vita del colonnello e la stabilità del suo regime. Vi fu un lungo periodo durante il quale Gheddafi fu stretto in una morsa fra l’ostilità americana e le minacce della Fratellanza musulmana. Se è ancora al potere e può visitare liberamente uno Stato europeo, lo deve in buona parte al patto con gli Stati Uniti e con l’Europa degli scorsi anni, quando rinunciò alle armi nucleari ma ottenne in cambio la revoca dell’embargo e la ripresa dei rapporti diplomatici con Washington. Quando parla del passato Gheddafi non può ricordare soltanto quello che serve al suo compiaciuto autoritratto di liberatore dell’Africa. Conviene anche a lui, non soltanto a noi, parlare soprattutto del futuro.
